domenica 23 luglio 2017

SISTEMA IMPRESA

10-07-2017

Ceta. Tazza: «Trattato da bocciare, è contro gli interessi delle nostre Pmi»

Il presidente di Sistema Impresa Berlino Tazza riguardo all’accordo commerciale fra Unione Europea e Canada : «No alla ratifica del Ceta. Vengono sacrificati prodotti e processi che hanno reso grande il Made in Italy»




Dopo il sì del parlamento europeo e il via libera del governo italiano il Ceta, l’accordo commerciale fra Unione Europea e Canada, è pronto per essere ratificato da Camera e Senato. E’ questo l’ultimo passaggio di un lungo  iter di approvazione che, nonostante le previsioni positive di coloro che hanno sostenuto il trattato di libero scambio gemello del più celebre Ttip, seguita ad alimentare forti critiche come dimostrano le manifestazioni di protesta che si sono svolte in settimana a Roma e in diverse città italiane. L’obbiettivo del Ceta è fare tabula rasa delle barriere tariffarie e non tariffarie per agevolare gli scambi commerciali fra le due sponde dell’Atlantico. Ma sugli altari della dottrina liberista che rappresenta il faro delle politiche dei governi anglosassoni e che ha trovato una valida sponda fra i tecnici della Commissione europea, a detta di molti esponenti del mondo sociale ed economico, sono stati sacrificati i prodotti e i processi produttivi che hanno reso grande il Made in Italy. Nel mirino del Ceta sono finiti i dazi, stimati in 500milioni a carico delle imprese europee, ma anche regole e standard di qualità delle eccellenze italiane. Il pericolo è che il mercato nazionale sia invaso dalle contraffazioni e dai prodotti a basso costo provenienti dal Canada. Ne parliamo con il presidente di Sistema Impresa Berlino Tazza.

 

Presidente, il Ceta è un’opportunità o una minaccia?
«Il trattato di libero scambio viene descritto come un’opportunità per le imprese. Gli studi dicono che l’abolizione dei dazi produrrebbe un risparmio di mezzo miliardo di euro l’anno per le aziende con sede nei Paesi dell’Unione Europea. Gli scambi di beni e servizi tra il vecchio continente e il Canada ammontano a 86 miliardi di euro l’anno e, sempre secondo gli scenari che vengono prospettati da Bruxelles, il Ceta potrebbe far crescere di 12 miliardi il Pil europeo. Ma non va dimenticato che la situazione è molto più complessa di come viene presentata e non è per nulla detto che il superamento degli obblighi tariffari e non tariffari generi gli enormi guadagni che vengono annunciati. Anzi, a mio avviso sono proprio le aziende italiane a correre i rischi maggiori al punto che il Ceta, per alcuni dei comparti più performanti della nostra economia, può assumere le sembianze di una grave minaccia».

Si spieghi meglio.

«Gli scambi fra Italia e Canada valgono 7,2 miliardi di euro l’anno con un saldo nettamente positivo a nostro favore. Esportiamo prevalentemente macchinari, prodotti farmaceutici, vino ed eccellenze agroalimentari. Si tratta della spina dorsale di un’economia che negli ultimi anni ha puntato moltissimo sugli standard di qualità tanto è vero che veniamo celebrati in tutto il mondo per aver costruito un sistema fondato sulle indicazioni di origine protetta. I nostri marchi Dop, Docg e Igp offrono garanzie di sicurezza per i consumatori assolutamente uniche. Certo, implicano costi maggiori per i produttori ma rappresentano il vero successo del Made in Italy. Un sistema di questo tipo non esiste in Canada e il Ceta, nonostante le continue rassicurazioni, non protegge sufficientemente i nostri brand con il risultato che il mercato italiano sarà invaso dalle contraffazioni. Asserire il contrario significa peccare di eccessivo ottimismo o di ingenuità. Se è vero che il trattato contiene il riconoscimento di eccellenze indiscutibili come il Prosciutto di Parma, il San Daniele e il Parmigiano Reggiano, è anche vero che l’agroalimentare italiano è talmente articolato che l’azione di tutela richiesta, per essere davvero efficace, non può che essere molto più estesa e capillare. Alla fine solo una parte minoritaria dei prodotti tipici del Made in Italy è stata salvaguardata con la conseguenza che i nostri imprenditori saranno esposti a imitazioni di ogni tipo. Stiamo di fatto legalizzando la concorrenza sleale a tutto svantaggio delle nostre aziende e in un contesto del genere, in cui i disciplinari che regolano il meglio delle produzioni italiane sono trattati come carta straccia, il pericolo di perdere quote di mercato è estremamente concreto».

 

Altre criticità?
«Il Canada è un fortissimo produttore di carne e mais. Hanno un surplus che deve trovare una destinazione e il Ceta funziona come un trampolino di lancio magistrale. Dobbiamo aspettarci in tempi rapidi un vero e proprio assalto che metterà alle strette i territori dove più sono concentrati gli allevamenti di manzo e maiale mentre le regioni meridionali, specializzate nella produzione di grano duro, pagheranno un prezzo altissimo. Gli allevatori e i distributori canadesi, anche se il Ceta non implica l’azzeramento delle restrizioni in vigore nell’Ue sugli Ogm e sugli ormoni della crescita per le carni bovine, saranno agevolati dai prezzi altamente competitivi. Il mio disappunto nasce anche dal fatto che alcune compensazioni previste stanno incontrando ostacoli da parte delle autorità canadesi. Ci avevano dato rassicurazioni in merito a quote maggiori di formaggio, ma il Quebec si è opposto. Lo stesso vale per i farmaci generici. Inoltre è venuta a mancare un’azione capace di valorizzare al meglio l’impostazione vincente del Made in Italy nel settore meccanico grazie alla straordinaria attitudine delle nostre imprese nella fase dell’assemblaggio di componenti. Le tante promesse che sono state fatte nel corso dei negoziati, alla fine, non sono state mantenute».

Ma che cosa si può fare a questo punto?
«Dopo il sì dell’Unione Europea è stato avviato il percorso che si deve concludere con l’approvazione del Ceta da parte dei parlamenti nazionali. Il recente passaggio nella commissione affari esteri del Senato ha sancito una solida maggioranza a favore del trattato. Una compagine che, con ogni probabilità, si vedrà all’opera anche quando la discussione approderà in aula. Si profila lo stesso scenario che ha caratterizzato la discussione all’interno del parlamento di Strasburgo dove il numero dei rappresentanti a sostegno del Ceta è stato schiacciante e trasversale. Mi sembra che le elite politiche nazionali ed europee siano ormai salde nel condividere un liberismo oltranzista che, a causa della bassa crescita interna, viene pubblicizzato nell’era della globalizzazione come la panacea di tutti i mali. Eppure gli stessi canadesi hanno già avuto modo di sperimentare gli effetti del Nafta, un trattato simile al Ceta sottoscritto con Stati Uniti e Messico. Il Pil è aumentato in modo distonico incrementando le disuguaglianze sociali e molte imprese sono state spinte a delocalizzare con una grave contrazione sul fronte occupazionale. Una lezione molto dura che dice come ampliare i mercati sull’onda di una forte deregulation può essere una strategia utile alle multinazionali ma non alle Pmi. L’internazionalizzazione è una strada che implica costi molti elevati ed è per questo motivo che servono garanzie di tutela. Un punto sul quale il Ceta evidenzia le lacune più preoccupanti. In cambio di apparenti conquiste che appaiono molto labili almeno nel breve termine, come la parificazione dell’esercizio delle professioni intellettuali e l’apertura delle gare di appalto nazionali e provinciali da parte del Canada alle aziende europee, abbiamo recepito lo  strumento degli arbitrati internazionali che permettono alle multinazionali di servirsi della clausola Ics per ingaggiare battaglie con gli stati europei. In ballo non c’è solo la possibilità di rendere più facili i maxi risarcimenti ai danni dei contribuenti, ma è la stessa sovranità legislativa ad essere subordinata alle finalità dei grandi gruppi internazionali. In Canada sono attive le compagnie americane che hanno allertato le istituzioni europee al punto da bloccare le trattative del Ttip. Non si capisce perché non sia stato riservato lo stesso trattamento al Ceta. Uno stupore che nasce anche dalla considerazione che Canada e Stati Uniti, in virtù della comune appartenenza al Nafta, si rifanno a modelli legislativi simili che sono distanti anni luce da quello italiano. Il Ceta è un errore, come lo era il Ttip al quale peraltro assomiglia moltissimo e che è stato interpretato a ragione come un rischio per i produttori e i consumatori europei. Ma è innegabile che in questo caso Bruxelles e di riflesso i governi nazionali abbiano deciso di adottare una linea più permissiva. La ragione è puramente politica e trova la sua origine nelle dinamiche della politica internazionale come hanno ben sottolineato alcuni dei commentatori più informati. Nel momento in cui Trump vara la svolta protezionista e isolazionista la Ue ha bisogno di trovare nuovi partner nel mondo occidentale. Il Canada di Trudeau rappresenta la sponda ideale. E’ questo, con ogni probabilità, il motivo del diverso atteggiamento verso il Ceta rispetto al trattato di libero scambio con gli Stati Uniti. Ma come è facile comprendere siamo nell’ambito di argomenti che poco o nulla hanno a che fare con le priorità e le sfide delle Pmi italiane. Una lontananza che abbiamo il dovere di denunciare in  ogni modo e che deve essere sanata, non aggravata, dal parlamento nazionale».

 

 

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