martedì 12 dicembre 2017

SISTEMA IMPRESA

20-10-2017

«Una manovra che non genera sviluppo»

L’intervista che fa il punto sul Def del governo Gentiloni: poche risorse per aiutare le imprese e spending review inadeguata




ROMA – Una manovra che il premier Gentiloni e il ministro Padoan hanno descritto in termini entusiasti e definito «non depressiva», ma che incontra il giudizio negativo del presidente di Sistema Impresa Berlino Tazza. Ecco l’intervista.

 

Presidente, una prima valutazione.

«Sono deluso ma onestamente avevo ben poche aspettative dall’ultima manovra prima delle elezioni politiche. Ancora una volta è stato penalizzato lo sviluppo che può essere innescato solamente dalla riduzione fiscale a carico delle imprese e da una decisa ripresa degli investimenti pubblici strategici. E’ questa la via che permette di raggiungere il traguardo che per il premier Gentiloni ha annunciato come prioritario: la lotta alla disoccupazione soprattutto in riferimento alla popolazione giovanile».

 

Ritiene quindi inadeguate le soluzioni previste dalla manovra.

«I numeri lo testimoniano dichiaratamente. La manovra cuba 20 miliardi di euro ma per tre quarti è destinata a scongiurare l’aumento dell’Iva rispondendo agli impegni presi con l’Unione Europea in materia di vincoli di bilancio. Il dato positivo è che l’aliquota rimane ferma al 22% senza penalizzare ulteriormente i consumi che riflettono una domanda non ancora sufficientemente tonica. Un dato che viene confermato dal perdurare della bassa inflazione e che la dice lunga sulla capacità di spesa degli italiani. Ma stiamo vivendo in ogni caso una fase di recupero. Serviva più coraggio da parte del governo».

 

L’aumento dell’Iva avrebbe inciso negativamente sui consumi.

«L’azione di contenimento dell’Iva è avvenuta nel quadro di un aumento del deficit stimabile in 10 miliardi di euro. E’ ribadita dunque la prassi di sforare il pareggio di bilancio perseverando lungo un percorso che ha generato un debito pubblico superiore ai due mila miliardi e che ormai agisce come un freno intollerabile sugli investimenti a causa dei di 70 miliardi di euro che lo stato è costretto a versare ogni anno per gli interessi. Nel frattempo il debito continua a salire come ha rilevato il Fondo monetario internazionale: siamo arrivati al 133% del Pil nel 2017 quando un anno fa era di otto punti inferiore. Il ministro dell’Economia Padoan si dice soddisfatto per il miliardo di tagli alla spesa pubblica ma la lotta agli sprechi doveva e poteva essere ben più incisiva».

 

Quale è il più grave difetto della manovra?

«Manca una strategia per produrre gli effetti leva che sono indispensabili per sostenere la crescita. Se si analizza l’impianto della manovra si vede che solo un euro su sei è destinato agli interventi per lo sviluppo. Al netto delle risorse che devono evitare l’incremento dell’aliquota dell’Iva sono disponibili solo quattro miliardi. Troppo poco per un’economia che si sta rimettendo in moto con molta fatica e che dopo avere fatto segnare una crescita del Pil pari allo 0,9% nel 2016 è migliorata nell’anno in corso con un 1,5% e si predispone a crescere ancora dell’1,1% nel 2018. Certamente si tratta di percentuali che hanno il merito indubbio di lasciarsi alle spalle il segno meno per quanto siano nettamente al di sotto delle performance della zona euro dove si supera abbondantemente il 2%. Ma il trend è incoraggiante e proprio per questo motivo si dovrebbe valorizzare il mondo imprenditoriale. Il solo che riscontra successi come testimonia l’esplosione dell’export. Ma la manovra è troppo debole per poter operare come spinta propulsiva».

 

Il governo ha sbagliato obbiettivo?

«Le priorità dell’esecutivo si leggono nella ripartizione delle risorse. Due miliardi saranno impegnati per il rinnovo del pubblico impiego con un’aggiunta in busta paga di 85 euro che si sommeranno agli 80 euro del governo Renzi. Ricordo che nell’ultimo decennio i dipendenti delle aziende private hanno visto ridurre il loro potere di acquisto in misura maggiore rispetto al pubblico impiego dove peraltro esistono regole di ingaggio più vantaggiose. La precarizzazione è cresciuta ovunque, non c’è dubbio, ma al di fuori dei confini dello Stato è immensamente più estesa. Rispondendo alle richieste dei dipendenti statali il governo ha dato seguito all’impegno preso con le parti sociali ma ha dimostrato di non voler risolvere la distonia del nostro mercato del lavoro e soprattutto ha dimostrato di non voler aiutare con altrettanta convinzione il settore privato».

Ma nella manovra sono inclusi gli sgravi fiscali per le imprese.

«Gli sgravi contributivi del 50% nei primi tre anni per l’assunzione a tempo indeterminato degli under 35 rappresentano una misura che impatta, almeno nella prima tranche, per soli 338 milioni di euro. Poi si salirà, ma è sempre questo il punto. Si rimanda in continuazione. Se l’obbiettivo era ridare slancio all’occupazione giovanile francamente ci doveva essere fin da subito un impegno più forte. I costi del lavoro, in Italia, sono proibitivi e anche alla luce di quanto è avvenuto con il Jobs Act è ormai evidente che bisogna lavorare sulla riduzione del nucleo fiscale. Ma l’opera di defiscalizzazione deve acquisire un assetto strutturale se non si vogliono ripetere i ben noti effetti a fisarmonica. In questo modo si getta nel panico la forza lavoro con pesanti ricadute sul fronte delle tensioni sociali e non si aiutano le imprese che hanno bisogno di regolarità per poter competere al meglio sugli scenari internazionali. La nuova Sabatini sui macchinari è stata rifinanziata con 550 milioni di euro in sei anni. Non è abbastanza. E parliamo di una categoria, gli imprenditori italiani, che sono i più tassati d’Europa e fra i più tassati al mondo. Se ci spostiamo dalla manifattura al commercio ci imbattiamo in una misura assurda come l’obbligo del Pos imposto ai negozianti che risulta quasi offensivo in un periodo in cui i consumi non decollano. Sono tutti segnali di allarme che svelano come i nostri governanti non interpretino le forze più produttive come gli attori capaci di generare valore aggiunto per il benessere delle comunità ma come realtà da vessare ai fini del mantenimento di una macchina pubblica che divora risorse e nonostante le ripetute promesse sfugge sistematicamente a vere e radicali azioni di risanamento».

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