mercoledì 15 agosto 2018

SISTEMA IMPRESA

26-01-2018

«L’arte di costruire campane come si faceva secoli fa»

Parla Emanuele Allanconi, 37 anni, proprietario della fonderia Allanconi, impresa che ha allle spalle 7 secoli di storia: «Voglio proseguire la tradizione di famiglia, innovandola»




C’è stato un tempo in cui le campane erano compagne di vita piacevoli, mai silenziose. Un tempo in cui le campane vivevano, scandivano gli istanti di vita che passavano. C’è stato, e, per fortuna, c’è ancora, un luogo da cui tutto è cominciato. Dal 1382 ad oggi: 7 secoli di storia si tramandano grazie alla Fonderia Allanconi di Ripalta Cremasca: «La prima fonderia cremasca documentata – spiega Emanuele Allanconi – risale al 1382. All’epoca i fonditori erano itineranti, fondevano dentro la base del campanile e, una volta realizzata, issavano la campana sulla torre. Ciò era possibile perché tutte le materie prime necessarie alla realizzazione potevano essere reperite facilmente in qualsiasi posto».

Per lungo tempo la campana è stata l’anima dei centri cittadini e l’orologio delle vite di campagna. Erano i rintocchi a svegliare i contadini all’alba e a richiamarli al focolare domestico quando stava per scendere la sera. Erano i rintocchi a preannunciare l’arrivo del nemico o a radunare i cittadini in assemblea. «La campana è sempre stata usata per veicolare messaggi od allarmi. Non a caso, durante le guerre, le campane venivano requisite al fine di eliminare qualsiasi via di comunicazione e di impiegare il materiale nella costruzione di cannoni. Solo nel Dopoguerra lo Stato decise di finanziare la loro ricostruzione e fu proprio in quel periodo che il settore cominciò a rifiorire».

Ad oggi, nella Fonderia Allanconi si assapora il gusto della tradizione: «Interromperla avrebbe significato gettare all’aria 7 secoli di storia, di conoscenza, di impegno e sacrificio», spiega orgoglioso Emanuele. «Ho voluto mantenere il metodo artigianale, così come mi è stato impartito, per garantire la qualità del prodotto finito e per mantenere viva la filosofia della mia famiglia, innovandolo, però, con l’avvento del digitale: mentre la lavorazione resta ad oggi inalterata, nella fase di progettazione e di controllo della qualità chiedo aiuto alla tecnologia. Ho imparato a conservare il sapere, ma a migliorarlo con le novità della mia epoca».

Tra tradizione ed innovazione, Emanuele ha le idee chiare: «Continuo ad usare, oltre al bronzo, materie prime che reperisco dalla mia terra: argilla, cera d’api, canapa o lino, crine di cavallo, sego, legna o carbonella, cenere e latte. Questo mi consente di salvaguardare l’ambiente, di preservare un bagaglio di conoscenze che ha fatto la storia di questo mestiere e di garantire una qualità elevata». Il metodo, insomma, non è cambiato di una virgola: «Per iniziare bisogna disegnare la sagoma in legno con il profilo della campana, che, usata a mo’ di compasso, sarà fondamentale per creare gli stampi d’argilla. Si procede poi con la creazione del primo stampo, chiamato “anima”, costituito da una piramide cava di mattoni, sulla quale vengono applicati diversi strati di argilla, canapa, crine di cavallo. Lo si cosparge di una miscela bianca (fatta di cenere e latte) che funge da distaccante, per poter costruire sopra la “falsa campana”, il secondo stampo di argilla, così denominato perché, pur essendo in argilla, ha le medesime caratteristiche della campana che verrà poi realizzata in bronzo. Alla “falsa campana” viene poi applicato il sego, un grasso animale caldo che, penetrando nei pori della terra, rende la superficie liscia. Giunti a questo punto è il momento di realizzare le immagini in cera indicate dal committente. Viene, quindi, creato il terzo stampo in argilla, chiamato “camicia” o “mantello”, di uno spessore adeguato a contenere la fusione del bronzo e a resistere alla pressione del metallo. Si attua poi la cosiddetta “fusione a cera persa” durante la quale il “mantello” in argilla, riscaldato da carboni ardenti, si asciuga progressivamente e le immagini applicate sulla “falsa campana” si sciolgono, rimanendo impresse direttamente sul “mantello”. La “falsa campana” viene poi eliminata, per lasciare spazio al bronzo fuso. La forma così ottenuta viene posizionata in una fossa nel terreno in attesa della fusione. Quando il bronzo si è fuso viene aperta la bocca del forno, così il metallo fuso corre nei canali del mattone e raggiunge la campana. Segue un lungo processo di raffreddamento. Rimosse le imperfezioni con martello e scalpello e lucidata con acqua e sabbia, la campana è pronta per essere suonata».

Un’attività straordinaria, da conoscere anche in chiave educativa: «La fonderia può far capire ai ragazzi più giovani che, con tanto impegno, conoscenza, poche e per nulla dispendiose materie prime, si può fare un lavoro che agglomera tutte le materie che imparano a scuola: dalla chimica alla fisica, dalla letteratura alla storia». E, come dimenticare la musica: «La campana oggi si impone, soprattutto sul mercato estero, come strumento musicale. Se, infatti, in Italia, il carillon è uno strumento poco conosciuto, all’estero, soprattutto in Francia e in Belgio, questo viene particolarmente gradito. Auspico, quindi, che la mia arte venga apprezzata sempre di più anche oltreconfine».

 

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