martedì 17 luglio 2018

SISTEMA IMPRESA

23-03-2018

«Accordi di prossimità e formazione continua»

Intervista a Maurizio Sacconi: «Accordi di prossimità e crescita professionale». Fondi interprofessionali: «Motori di ecostistemi formativi, allargare platea degli utenti e rimuovere tagli delle risorse»




L’importanza degli accordi di prossimità nella contrattazione fra le parti sociali, la valorizzazione della dimensione produttiva locale per imprimere un vero rinnovamento alle relazioni industriali, la piena libertà sindacale e il ruolo strategico dei fondi paritetici interprofessionali per costruire insieme al mondo dell’istruzione e delle imprese gli ecosistemi formativi che hanno il compito di rendere una persona occupabile, la necessità di mettere in rapporto le retribuzioni dei lavoratori non solo con la produttività ma anche con la crescita di professionalità. Sono questi i punti fondamentali del recente intervento di Maurizio Sacconi davanti al Cnel. Giuslavorista e presidente della Commissione Lavoro del Senato nella precedente legislatura, Sacconi è stato ministro del Lavoro e delle Politiche sociali dal 2008 al 2011 ed è il presidente dell’Associazione Amici di Marco Biagi. Ecco che cosa ci ha detto nell’intervista. 

 

Secondo Marcio Biagi il mercato del lavoro, in Italia, ha mostrato le condizioni peggiori. Perché?

«Il giudizio, che condivido, è fondato su tre indicatori: tasso di occupazione, tasso di disoccupazione di lungo periodo, quota di lavoro sommerso. L’Italia detiene i più bassi di tassi di occupazione rispetto ai principali competitori, ha una quota rilevante di economia sommersa secondo quanto certificato dall’Istat e da altri istituti internazionali, è afflitta da tassi di disoccupazione di lungo periodo decisamente significativi. I nostri disoccupati, più spesso che in altri Paesi, non ricevono a lungo un’offerta ne' di lavoro ne' di formazione. Marco Biagi ha sempre sostenuto la necessità di confrontare le politiche pubbliche con i numeri, nella consapevolezza che dietro i numeri c’è la vita reale delle persone».

 

Nel suo intervento al Cnel lei ha sostenuto che la rivoluzione tecnologica ha un volto positivo e uno negativo. Che cosa vuol dire?

«La rivoluzione è prioritariamente un’opportunità. Le nuove tecnologie aumentano la capacità delle persone e come tali possono generare più lavori. E si tratta di lavori migliori. Ma nel valutare il fenomeno è necessario guardare alla situazione italiana già caratterizzata da forti dualismi. E mi riferisco non solo al divario tra nord e sud. Ma anche al divario fra pianura e montagna. O tra la fascia adriatica e quella tirrenica. In contesti di questo tipo la rivoluzione tecnologica può accentuare la polarizzazione delle competenze, dei redditi, dello sviluppo territoriale. Nell’esperienza italiana il sovraccarico ideologico sul lavoro e le complessità che ne sono derivate hanno portato poi molti imprenditori, anche nella precedente rivoluzione industriale, a sostituire le persone con le macchine. Le nostre caratteristiche ci rendono quindi più esposti di altri Paesi a fenomeni di sostituzione e di polarizzazione».

 

Perché la professionalità è da considerarsi la vera priorità ai fini dell’occupabilità?

«La professionalità riunisce le conoscenze, le esperienze, le capacità e le abilità che rendono una persona occupabile. Nel rapporto della Commissione Lavoro del Senato è emerso che nella società liquida di oggi, come la definiscono i sociologi, occorre un uomo solido. Ovvero la professionalità non è un solo un mestiere. E’ il risultato di tante esperienze che portano la persona ad avere l’attitudine necessaria per risolvere i problemi che si trova ad affrontare, a saper lavorare solidalmente con altre persone, ad avere spirito di sacrificio ed altre qualità umane. Si tratta di quelle abilità trasversali che in passato era più facile acquisire grazie al minore benessere, al ruolo della famiglia, alla maggiore dimensione comunitaria. Oggi devono essere rese ugualmente disponibili attraverso metodi e contenuti pedagogici nuovi in modo che l'apprendimento si realizzi in vari contesti».

 

Ha definito il diritto all'apprendimento un diritto promozionale che può diventare effettivo solo negli accordi di prossimità. Perché?

«L’acquisizione continua di competenze  non si può definire con il contratto nazionale ma solo tramite accordi nella singola azienda o in un gruppo di aziende o all’interno di un territorio specifico. Ovvero lì dove concretamente si svolge il lavoro ed è la circostanza specifica che deve indicare i modi con cui il lavoratore può crescere professionalmente. Le relazioni collettive di lavoro devono collocare decisioni e azioni nella dimensione più prossima alla persona».

 

Perché secondo lei va data piena legittimazione anche alle organizzazioni sindacali meno diffuse?

«L’efficacia della rappresentatività non si misura solo sul piano nazionale ma, nell’ottica di ritenere strategici e prioritari gli accordi di prossimità, va riconosciuta la concreta rappresentanza nella specifica azienda, nella filiera produttiva o nel territorio. E in molte aree, filiere o nicchie aziendali non è detto che i sindacati più presenti sino quelli più rappresentativi nell'insieme del Paese. Ogni situazione va tutelata nella propria specificità».

 

Proprio in merito al tema della rappresentanza lei ha detto di preferire un ‘felice pluralismo’ ad un modello centralista. Perchè?

«Dobbiamo promuovere l’adattabilità reciproca tra imprese e lavoratori. Accordi che si realizzano dove si produce e si lavora. Sarebbe un errore ricondurre tutte queste esperienze al criterio dell’omogeneità che per sua natura esclude la possibilità di incardinare azioni mirate».

 

Quale è il ruolo dei fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua?

«I fondi svolgono una funzione molto importante nella misura in cui questa non è autoreferenziale e hanno la missione di soddisfare la domanda di formazione. Devono rappresentare davvero il terminale per raccogliere la domanda di buona formazione che proviene congiuntamente dalle imprese e dai lavoratori. Una funzione che deve essere svolta anche e soprattutto nei territori. Un’azione efficace non può che realizzarsi in prossimità. La pretesa di programmare tutto da Roma non funziona».

 

Si può ipotizzare un impiego ulteriore dei fondi all’interno delle politiche attive del lavoro con lo scopo di interessare nuovi bacini di utenti?

«Lasciamo perdere il concetto di politica attiva che evoca il soccorso straordinario ad una rara transizione nel mercato del lavoro. Oggi, di fronte alla necessità di continue transizioni professionali, serve un autentico ecosistema formativo.  Dobbiamo creare ambienti, integrati nelle economie dei territori, che offrano continuamente opportunità di apprendimento e di inclusione tarate sulle esigenze di ciascuno. Un percorso che deve essere alimentato dal contributo dei fondi bilaterali destinati a soddisfare la domanda di formazione concepita nella sua interezza. La platea degli utenti va allargata. Le imprese vanno sollecitate a periodiche analisi dei propri fabbisogni di competenze e le persone vanno stimolate a procedere lungo continui percorsi di crescita professionale. E i fondi devono essere motori della buona offerta formativa dialogando e interagendo con scuole, università e imprese».

 

Nell’ultima direttiva dell’Anpal, che anticipa le nuove linee guida sulla gestione delle risorse finanziarie dei fondi, i meccanismi di attuazione dei piani formativi sono sanciti a livello aziendale, territoriale e nazionale. Perché sono incluse tutte e tre le opzioni?

«E’ certamente importante che vi sia un ordine generale ma ribadisco che ciò che conta è l’efficacia dei piani formativi nell’ambito aziendale e territoriale».

 

Le tre azioni basilari per rilanciare il mercato del lavoro?

«Agevolare il più possibile l’evoluzione della contrattazione verso un livello di prossimità, promuovere la collaborazione fra le parti sociali nei territori, stimolare una maggiore dinamicità dei salari collegandola non solo a indicatori di produttività ma anche al progresso della professionalità. E, vista l’ampiezza dei risultati da raggiungere, ritengo cruciale il ruolo della formazione continua. Ma perché ciò si realizzi davvero è necessario provvedere risorse adeguate da parte dei fondi interprofessionali. A mio avviso deve essere rimosso il taglio deciso nel corso della legislatura che da congiunturale è diventato strutturale. Non nascondo che preferirei si realizzasse il passaggio dal prelievo obbligatorio alla dimensione privatistica fondata su liberi accordi fra le parti. Il problema di garantire il rispetto dell’obbligo contrattuale si potrebbe realizzare con un largo accordo interconfederale cui dovrebbero partecipare tutte le organizzazioni che partecipano agli attuali fondi»

 

  • ebiten nazionale
  • formazienda
  • fidicom asvifidi