giovedì 20 settembre 2018

SISTEMA IMPRESA

09-04-2018

Sud Lombardia fuori dalla giunta regionale

Il presidente di Sistema Impresa Lombardia Berlino Tazza: « Vogliamo garanzie. Le imprese dei territori pretendono rappresentanza»




Una spinta in direzione dell’autonomia che deve tradursi in una maggiore offerta di servizi e di risorse per le imprese lombarde. E’ questa la missione che, secondo il presidente di Sistema Impresa Lombardia Berlino Tazza, deve caratterizzare l’operato della neonata giunta regionale guidata dal governatore Attilio Fontana: «Ha ottenuto una vittoria elettorale netta e ora detiene una maggioranza stabile che gli consentirà di dare seguito al successo del referendum per l’autonomia varando misure a vantaggio delle aziende e dei lavoratori». Un mandato chiaro che però, secondo Tazza, evidenzia una lacuna che va prontamente colmata. Analizzando la squadra che compone la giunta regionale, infatti, risulta immediatamente tangibile l’assenza di esponenti eletti nei collegi del Sud Lombardia. Cremona e Mantova sono rimaste a secco costringendo le categorie economiche del territorio ad un’azione di ‘moral suasion’. Ma sentiamo che cosa ci ha detto il presidente di Sistema Impresa Lombardia.

 

Sud Lombardia non rappresentato. Non si parte con il piede giusto…
«Il governatore Fontana è un uomo molto capace. Ho condiviso appieno il suo programma e credo che, rispetto alle proposte confuse e alquanto polemiche degli avversari, ha saputo parlare ai cittadini con umiltà e chiarezza. Certamente ciò che emerge oggi, concluse le trattative per la formazione della squadra di governo, è la debolezza della politica locale che non ha saputo farsi valere. Privare il Sud della Lombardia di una rappresentanza nella giunta regionale significa non riconoscere l’importanza di economie solide e competitive che sono in grado di generare un Pil rilevante. Lo testimoniano i numeri: il territorio di Cremona ospita quasi 29mila imprese per oltre 90mila addetti con un primato che spetta nettamente al commercio anche se il manifatturiero ha un peso determinante e l’agricoltura vanta il record nazionale nella produzione di latte. Ma siamo in grado di presidiare con vere eccellenze i settori della siderurgia, della meccanica e dell’alimentare. Si tratta di realtà, come il Gruppo Arvedi o la Latteria Soresina, che sono ai vertici dell’industria italiana per reputazione e fatturato. Se consideriamo la provincia di Mantova il numero delle imprese sale a 40mila con un comparto industriale dove il 65,5% delle aziende ha compiuto investimenti. Una percentuale più alta della media lombarda. Macchinari, fabbricati, informatica e digitale: la quota degli investimenti sul fatturato è pari al 6,3%. In entrambi i casi parliamo di economie che hanno una capacità di esportare e, se i dati del Fmi per il 2018 saranno rispettati, abbiamo davanti un periodo molto favorevole. La metà dei Paesi del mondo sta vivendo una fase di ripresa. Se l’economia globale va bene anche i territori che sono in grado di affrontare con successo la fase dell’internazionalizzazione non potranno che progredire. Il Sud della Lombardia merita riconoscimento sul piano della governance politica non per un rigurgito di campanilismo ma in virtù di una propensione allo sviluppo e alla crescita».

 

Un valore che non è stato preso in considerazione…
«Dire semplicemente che il Sud della Lombardia non è rappresentato è un’inesattezza. Il consiglio regionale accoglie esponenti politici cremonesi e mantovani. Ma un conto è il consiglio regionale, che esprime il potere legislativo, e un conto è la giunta dove si esprime il potere esecutivo. Ed è questo il luogo centrale della vita pubblica e amministrativa. E’ qui che si decidono gli equilibri in base ai quali sono stilate le priorità della legislatura. E’ qui che si decidono le politiche regionali: bandi per i servizi, infrastrutture, investimenti per le attività produttive, iniziative per la promozione della cultura e del turismo. Non essere presenti in giunta significa non poter far sentire la propria voce. Gli esempi possono essere numerosi. Pensiamo all’ospedale di Crema: a breve finirà la sperimentazione che finora ha salvaguardato l’autonomia impedendo l’accorpamento con Cremona. Avere un rappresentante del territorio nell’organo di comando della Regione è la migliore garanzia per evitare ogni ipotesi di declassamento. Un discorso che interessa un ampio ventaglio di ambiti e che vale per il territorio cremasco come per il cremonese e il casalasco. La coperta delle risorse è corta. E se non siedi al tavolo in cui vengono stabilite le priorità, alla fine, corri il rischio di rimanere tagliato fuori dalle partite più importanti».

 

La decisione ha suscitato la critica delle categorie economiche…
«Privare il Sud della Lombardia di una figura autorevole nella giunta lombarda è il segnale di un fallimento della politica locale. Credo che sia naturale la reazione negativa delle associazioni di categoria attive nei territori penalizzati. Mi sarei aspettato una maggiore apertura verso le ragioni della comunità economica locale. Così non è stato. Ma siamo solo all’inizio della legislatura e c’è il tempo per rimediare. E’ anche una questione di coerenza. Il centrodestra ha vinto le elezioni grazie soprattutto al referendum per l’autonomia. Ho appoggiato convintamente l’iniziativa nata per valorizzare le periferie rispetto al neocentralismo dei governi di centrosinistra. Il protagonismo degli enti locali, inteso come il principio cardine di un federalismo responsabile, deve condizionare il rapporto tra regione e Stato centrale ma anche il rapporto tra regione e territori. A maggior ragione se si tratta di territori rilevanti sul piano del Pil prodotto. Altrimenti si incappa nell’incongruenza di pretendere da Roma ciò che Milano non è disposta a concedere a Cremona e Mantova. E sarebbe un errore».

 

Vuole suggerire una via di uscita?
«Spetta alla politica individuare la soluzione anche se la comunità economica locale deve facilitarle il compito. I ruoli della politica e delle categorie economiche sono ben distinti e tali devono rimanere. I miei primi interlocutori sono gli imprenditori: è a questo livello che si raccolgono le istanze per dare più forza ad un sistema produttivo che tenta di uscire faticosamente da una lunga crisi. I nostri associati appartengono in prevalenza al settore del commercio e del servizi ma abbiamo una quota rilevante anche nel manifatturiero. La scala dimensionale delle aziende rispecchia l’ossatura dell’economia italiana con una incidenza prioritaria delle Pmi. Rappresentare questo mondo, facendo in modo che la politica adotti modelli e regole di gestione propedeutici allo sviluppo, è la nostra missione. Il dialogo istituzionale è indispensabile ma interviene successivamente rispetto all’agenda dettata dagli imprenditori. E’ così che sono abituato a procedere. Solo in questo modo il metodo della concertazione conserva una vera utilità per chi fa impresa. Altrimenti si corre il pericolo del collateralismo. Una situazione che si verifica quando viene meno la dialettica sindacale e gli attori rinunciano alla propria identità».

 

Quindi la comunità economica deve stare a guardare?
«Assolutamente no. Il nodo della rappresentanza del Sud della Lombardia va affrontato e risolto. Cremona e Mantova sono due territori strategici e omogenei come rileva la leadership nel settore agroalimentare. Un comparto trainante del Pil nazionale che nel 2017 ha generato un fatturato di 137 miliardi con il ritorno ai livelli pre-crisi e con una crescita dell’export pari al 7% per un valore di oltre 40 miliardi di euro. L’associazionismo economico deve farsi carico della proposta di una più equa rappresentanza nella giunta regionale. Il segnale è stato trasmesso. Forte e chiaro. Ora deve essere la politica a non lasciarlo cadere nel vuoto. La nostra vuole essere una critica sana e costruttiva. Le categorie economiche contribuiscono al fiorire della vita civile e democratica dei territori esercitando l’indipendenza di giudizio e di azione. Ed è proprio comportandosi in questo modo che raggiungono i risultati migliori e tutelano il bene pubblico».

 

A che cosa si riferisce?
«Alla nascita della nuova Camera di Commercio che vedrà l’unione di Cremona, Mantova e Pavia. E’ già stata denominata la ‘grande camera’ del Sud della Lombardia. Sarà una delle più forti e competitive del panorama lombardo e nazionale con quasi 120mila imprese registrate. Meglio di noi fanno solo Milano e Brescia. In un contesto in cui la politica locale dimostra una debolezza tale da non riuscire a garantire piena legittimità alle ambizioni di rappresentanza del nostro sistema economico è evidente che la nascita di un organo camerale di questa entità è da cogliere come una compensazione temporanea e come la prova di un metodo di lavoro efficace. Una sfida che interessa in modo specifico le associazioni di categoria che ora sono chiamate a definire gli apparentamenti per costituire una governance davvero competitiva. Il modo in cui Gian Domenico Auricchio ha diretto Unioncamere Lombardia e la Camera di Commercio di Cremona è unanimemente apprezzato. Un traguardo auspicabile per la comunità economica locale che riuscirebbe a ottenere una degna rappresentanza istituzionale dimostrando come la società civile, quando si confronta e si organizza, è in grado di superare i limiti della politica».

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