lunedì 06 luglio 2020

SISTEMA IMPRESA

11-12-2019

«No al governo delle tasse»

Il varo della finanziaria. Berlino Tazza, presidente di Sistema Impresa: «Serve un fisco alleato delle imprese. Il governo se ne faccia carico»




Una manovra finanziaria che supera i 30 miliardi di euro, 23 dei quali destinati ad evitare l’aumento dell’Iva. È l’entità, in sintesi, della legge di bilancio 2020 che è ormai agli sgoccioli anche se non si placano le polemiche tra le forze politiche. Sale, nel frattempo, la voce di protesta delle associazioni datoriali che vogliono rappresentare le esigenze del mondo produttivo denunciando errori e fragilità nell’impianto complessivo. In prima linea il sindacato datoriale Sistema Impresa al quale, a livello nazionale, aderiscono 167mila imprese per oltre un milione di lavoratori.  Abbiamo intervistato il presidente Berlino Tazza che oltre a guidare la confederazione nazionale è a capo anche della confederazione lombarda. Ecco che cosa ci ha detto.

 

Presidente, una finanziaria che non vi convince.

«La dialettica legittima delle parti prevede che il governo faccia proposte e che le associazioni di categoria esprimano il loro giudizio fornendo alternative se individuano delle debolezze. Ma la sensazione è che nemmeno coloro che hanno la responsabilità di elaborare il testo della finanziaria siano convinti all’unanimità della bontà delle soluzioni individuate. L’iter corto della legge è il segnale di una evidente difficoltà nel tracciare una direzione comune da parte delle forze della maggioranza e questo rappresenta un deficit tutt’altro che trascurabile per l’economia nazionale in quanto, senza una meta precisa, ogni governo è destinato a muoversi nell’incertezza. Le divergenze sono emerse anche in riferimento alla vicenda del Meccanismo Europeo di Stabilità dove non si comprende ancora se il fondo sia destinato a tutelare primariamente i contribuenti e gli investitori oppure se siano le banche tedesche inadempienti a trarne vantaggio. L’Italia è un Paese che, come ha fotografato plasticamente il rapporto del 2019 del Censis, ha bisogno più che mai di chiarezza e di stabilità da parte della classe dirigente in merito alle partite cruciali per lo sviluppo e la crescita. Il clima politico, invece, diventa ogni giorno sempre più rissoso anche all’interno delle medesime alleanze risultando incomprensibile agli imprenditori e ai lavoratori che sono alle prese con problemi ben più seri». 

 

Che cosa ne pensa della manovra l’Italia che produce?

«Parlo quotidianamente con i titolari di imprese e c’è un sensibile scollamento rispetto alle modalità contenutistiche e formali che stanno portando al varo della manovra. Per gli imprenditori si tratta di attuare una transizione complessa dalla manifattura tradizionale all’innovazione spinta del digitale. Per i lavoratori si tratta, invece, di misurarsi con un mercato che non offre più certezze e mette in luce una diffusa discontinuità nelle carriere e nei percorsi professionali. L’insicurezza dilaga e anche le risposte canoniche che un tempo il ceto medio poteva mettere in campo per rendere più sicuro il reddito, l’investimento nel mattone e nei titoli di stato, non offre più le stesse garanzie. L’interruzione dell’ascensore sociale è ormai sotto gli occhi di tutti. Lo Stato, attraverso lo strumento della manovra, decide quanto incassare e quanto spendere. A mio parere, finora, ha prevalso la volontà di rastrellare risorse penalizzando le realtà produttive e creando conseguentemente un ulteriore effetto frenante».

 

Ci faccia il quadro.

«Sugar tax, plastic tax e tasse sulle auto aziendali sono il frutto di un approccio mortificante che ha giustamente allertato il mondo produttivo. Ora il governo sembra avere scelto una linea più morbida ma il fatto di voler ricavare risorse in questo modo, mostrando indifferenza verso gli sforzi dalle imprese sul fronte della sostenibilità, costituisce un precedente negativo. La decisione di non prorogare la cedolare sugli affitti dei negozi, considerata la difficoltà ormai strutturale in cui versano i settori dell’edilizia e del commercio, è evidentemente un segnale di lontananza rispetto alle esigenze di una fetta molto consistente dell’economia reale dove si registra un turnover drammatico delle attività. Lo stesso vale per il programma di aumento  delle accise che interesserà il prossimo triennio».

 

Nulla di positivo quindi.

«Non è proprio così. Non c’è nessun pregiudizio da parte nostra. Dire no all’aumento dell’Iva, per non compromettere i consumi delle famiglie che hanno dovuto rinunciare ad oltre 2mila euro di spesa annuale rispetto ai valori del 2011, è un atto di responsabilità. Come lo è prevedere i rimborsi degli utenti per le bollette pazze, i contributi a fondo perduto per l’agricoltura innovativa e il credito d’imposta del 30% per le spese sostenute dalle Pmi per la partecipazione alle fiere internazionali anche se appare insufficiente la dote in riferimento al 2010 e al 2021».

 

La vostra proposta?

«Fa bene il premier Conte a concentrarsi sui tagli all’Irpef ma le misure non devono tradursi in aggravi di imposta per ricavare risorse dal mondo produttivo. Sul cuneo fiscale la volontà sembra quella di proseguire sulla strada di un bonus per i lavoratori mentre il taglio dei contributi Inps in carico alle aziende non sembra avere trovato una conferma almeno nell’immediato. Bisogna aiutare le imprese perché solo dalla buona salute delle realtà che producono ricchezza e lavoro l’Italia può ritrovare lo slancio ricollocandosi in Europa con autorevolezza e prospettive di crescita. I 2 miliardi alle Pmi non bastano e sull’Impresa 4.0 gli importi degli investimenti materiali e nell’ambito delle risorse umane dichiarano già ora un fabbisogno diverso. Le aggregazioni dei professionisti devono poter accedere alle forme forfettarie mentre la stretta sulla flat tax è un segnale di schizofrenia che dichiara la profonda instabilità delle nostre politiche fiscali. Una riflessione critica va condotta inoltre sul metodo di lavoro utilizzato dall’esecutivo: lo spazio di dialogo riservato alle associazioni di categoria è stato ridotto al minimo. Non credo sia corretto anche in presenza di una tempistica urgente come è quella che viene dichiarata. Il governo, in ogni caso, dovrà confrontarsi a breve per dare risposte chiare su due partite cruciali come l’Ilva e l’Alitalia. Qui deve essere il libero mercato ad indicare il perimetro di azione percorribile in un’ottica che valorizzi la reale redditività degli asset produttivi. E questa non può essere raggiunta in assenza dei parametri dell’efficienza e di una corretta gestione manageriale».

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