mercoledì 19 maggio 2021

SISTEMA IMPRESA

01-04-2021

«Sostenere le imprese e la forza lavoro per la transizione digitale»

On Cesare Damiano: «Innovazione tecnologica competenza cardine per la ripartenza»




In un recente articolo, scritto a quattro mani, Margrethe Vestager, Commissario europeo per l'agenda digitale, e Josep Borrell, Alto rappresentante dell'Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, hanno approfondito il tema dell’obiettivo 2030: ossia il “decennio digitale” destinato a influenzare profondamente la struttura sociale ed economica dell’Unione. E che precede e integra l’obiettivo di neutralità ambientale fissato per il 2050.

 

Il 9 marzo, infatti, la Commissione europea ha - come riporta il suo sito - “presentato visione e prospettive per la trasformazione digitale dell'Europa entro il 2030. Questa visione per il decennio digitale dell'UE si sviluppa intorno a quattro punti cardinali: competenze, infrastrutture digitali sicure e sostenibili, trasformazione digitale delle imprese, digitalizzazione dei servizi pubblici”.

 

Le competenze digitali di base dovranno diventare patrimonio dell’80 per cento della popolazione. Le infrastrutture dovranno crescere sugli assi della connettività (gigabit per tutti, 5G ovunque), del raddoppio della quota dell'Ue nella produzione mondiale di semiconduttori, dei dati, con 10.000 nodi periferici altamente sicuri e a impatto climatico zero e dell’informatica, con lo sviluppo di computer quantistici. La digitalizzazione dei servizi pubblici ne prevede il trasferimento online al 100 per cento. La trasformazione digitale delle imprese traguarda gli obiettivi del 75 per cento delle aziende dell'Unione che utilizzino cloud computing, intelligenza artificiale e Big Data; e, ancora, di oltre il 90% delle Pmi che raggiunga almeno un livello di intensità digitale di base.

 

Scrivono, dunque, Vestager e Borrell: "Per garantire che la tecnologia dia a cittadini e player economici i mezzi per costruire una società più prospera e inclusiva, avremo bisogno di mercati aperti e competitivi. Le imprese di tutte le dimensioni devono avere pari opportunità di innovare e fornire i loro prodotti e servizi ai consumatori.”

 

Dunque, le piccole e medie imprese fanno parte, a pieno titolo, del panorama dello sviluppo digitale dell’Unione e del nuovo impulso che questo dovrà dare al tessuto economico europeo. Certo, la pandemia ha agito, seppur in modo forzoso, da acceleratore della digitalizzazione delle imprese. Sia sul piano del lavoro a distanza - quando non dello smart working - che dell’utilizzo di servizi digitali. Ma come hanno reagito, tra le innumerevoli difficoltà che devono affrontare, le Pmi a questa nuova condizione?

 

Uno studio promosso da Qonto - un Istituto bancario online francese - ci dice qualcosa del quadro della situazione in Italia. In primo luogo, evidenzia la ricerca, la maggioranza delle aziende intervistate ha compreso l’importanza di dotarsi di strumenti digitali per mantenere la propria operatività. Oltre la metà di esse ha destinato alla digitalizzazione una porzione tra il 10 e il 30 per cento del proprio budget.

 

Tra i tanti dati, la disposizione all’innovazione si presenta più forte nelle aziende di recente costituzione. Tuttavia, spiega il report, “Il dato che sorprende è che, dall’indagine, emerge che il 60% di queste sono guidate da over 50 e over 40, a testimonianza che non sono solo i giovani laureati o i trentenni a lanciarsi in un nuovo business”.

 

Insomma, la Pmi è ben consapevole e indirizzata verso la digitalizzazione, sentiero sul quale l’Unione giocherà il proprio destino economico. Compito del Paese, delle associazioni di categoria e degli enti bilaterali è sostenere l’impresa e la sua forza lavoro nell’acquisizione di quelle competenze indicate come cardine dell’evoluzione tecnologica dalla quale così tanto dipende.

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